Ovviamente, alcune considerazioni sul COVID-19 (in compagnia di Edgar Allan Poe)

Il mondo all’esterno è silenzioso, vi sono unicamente i rumori di un etereo aprile che soffondono l’attesa di ciò che sarà. Sono poche le persone giù per strada, nella via principale, in attesa – distanziati – di fronte al tabaccaio e alla farmacia sita giusto a fianco. Sui volti dei più risalta il biancheggiare dell’inequivocabile mascherina, oggetto-feticcio-simbolo, se non già di certo in futuro, a vidimare questo 2020 per i posteri. Il cielo incerto e l’aria ancora aguzza di inverno attorno alle pareti della mansarda che occupo con mia moglie non riflettono in alcun modo ciò che sta accadendo nel formicaio globale umano in agitazione. Tutto pare quieto e gradevolmente silenzioso qui, nel pieno dell’ennesima primavera giunta lungo gli immemori e indifferenti moti celesti.

Da tempo la “Morte Rossa” devastava il paese. Mai epidemia era stata tanto fatale o tanto atroce. Il sangue era la sua manifestazione e il suo suggello, il colore rosso e l’orrore del sangue.

L’epidemia – no, la pandemia, secondo la dichiarazione dell’OMS – imperversa, eppure da qui non è possibile avvertire alcunché di sostanzialmente così diverso nello scorrere del mondo sensibile non filtrato dalle lenti dei canali d’informazione. Tutto là fuori pare ciò che (apparentemente) è sempre stato medesimo a se stesso sotto il sole e le indifferenti sfere celesti. Le ombre dei tetti disordinati di tegole rosse si allungano ruotando da ovest verso est verso il meriggio che discenderà alla stessa immutata velocità alla quale è sempre scesa in quest’angolo di mondo, l’accelerazione verso la superficie terrestre è ancora 9,8 m/s2, l’O2 e l’O3 nell’atmosfera lasciano ancora passare soltanto la radiazione fotonica luminosa percepita come azzurra dietro ai vaporosi, erratici, bovini banchi di nubi.

In realtà, nelle sette stanze, si avvicendava senza sosta una miriade di sogni. E questi – i sogni – si contorcevano qua e là assumendo un colore diverso in ciascuna stanza, e facendo sì che la strana musica d’orchestra paresse l’eco dei loro passi.

Più distante, il castello di Masino resta al proprio posto sulla collina, una delle innumerevoli sentinelle di pietra di questa regione geografica dalla storia antica, e, alla stessa maniera, il Castello Vescovile veglia, illuminato a tratti, sulla fonda inerzia sognante del paese disteso al di sotto, ordinatamente in ansia per quanto sta accadendo là fuori, ma morfologicamente identico a se stesso nei suoi muri e colori e configurazione di linee architettoniche decomponentisi con compostezza e malinconia da una stagione alla successiva.  

Ed ecco che la pendola d’ebano, nella sala di velluto, rintocca le ore. E allora, per un attimo solo, tutto è immobilità e silenzio, tranne la voce dell’orologio. I sogni s’irrigidiscono e si raggelano nel punto in cui si trovano. Poi, l’eco dei rintocchi si dissolve – non è durata che un istante – e un riso sommesso, leggero, fluttua nell’aria e li accompagna mentre essi si dileguano.

Come tutti, alle notizie riportate dalla così lontana Asia, ho pensato che fosse una versione fancy dell’influenza, provando tutta la serie di sensazioni fra lo sconcerto, il dubbio e l’irritazione verso un qualcosa di tanto intangibile quanto vagamente minaccioso per il mantenimento della rassicurante abitudinarietà quotidiana inevitabilmente ruotante attorno al perennemente affamato d’attenzioni personale e percepentesi come maiuscolo EGO. L’irrealtà della situazione aleggia come una sensazione onirica da cui è difficile distaccarsi persino con un’abluzione nel concreto aroma mattutino di caffè, confermando in qualche modo la natura sospetta e gratuita dell’allarmismo giunto fino al cuore del nostro paese – vicinissimo ora – eppure incommensurabilmente distante dall’inviolabilità dell’EGO. Scrollare le spalle lasciando così cadere le news deprimenti farà in modo che tutto continui esattamente e salvificamente allo stesso modo al riparo dei possenti bastioni delle sacrosante abitudini personali costituzionalmente garantite.

Ma il principe Prospero era felice, impavido e sagace. […] si ritirò nell’inviolato isolamento di una delle sue abbazie fortificate. Era una costruzione enorme, magnifica, creata dal gusto eccentrico e nondimeno venerabile del principe in persona. La cingeva un muro spesso e altissimo, munito di cancelli di ferro. Non appena furono entrati, i cortigiani saldarono le serrature col fuoco e con martelli pesanti. […] Che il mondo esterno provvedesse a se stesso! Nel frattempo sarebbe stata follia addolorarsene o darsene pensiero.

Come quasi tutti, ho realizzato, dopo, in ritardo, con sgomento, come non fosse proprio così. La progressione nella conta delle vittime è decisamente reale, e crea un contrasto strano e quasi epiteliale con il cinguettio gagliardo dei pennuti che, fuori dalle finestre entro cui, secondo decreto, mi sono accomodato in una forzata bivalvica domesticità, richiamano e gioiscono per la stagione del rinnovamento della vita.

Tutti riconobbero, allora, la presenza della Morte Rossa. Era giunta come un ladro nella notte.

Il relegamento forzato fra le pareti domestiche tramite la quarantena imposta e decretata è certamente uno shock sul quale si infrangono le mareggiate “impanicate” dei mai divenuti adulti “io voglio-posso-comando” in cui si trasformano i diritti e le libertà personali nelle fonde interiorità del proprio privato e intoccabile EGO, mai così limitate nell’esistenza esperita della maggior parte delle persone che ora si trovino calate in questa situazione. Non è tanto il fatto di non poter uscire di casa e muoversi effettivamente e fisicamente quanto l’inaudita imposizione di tale fatto a risultare intollerabile e sconvolgente. 

– Chi osa? – domandò con voce rauca ai cortigiani che gli stavano intorno, – chi osa insultarci con questa parodia blasfema? Prendetelo e smascheratelo, così sapremo chi domani all’alba verrà impiccato sui bastioni!

L’isolamento decretato produce effetti nelle riflessioni e nell’omeostasi emotiva interiore, canalizzando pensieri e sensazioni verso la fonte apicale di una straordinarietà giammai vissuta prima: siamo forse stati come il principe Prospero e i suoi convitati, sicuri e sfacciati delle certezze di una fortezza babelica costruita su cemento, acciaio, comunicazione digitale istantanea, trasporto globale di beni, omni-finanziarizzazione, manipolazione della materia e della vita alla mercé della incessante volizione della nostra Volontà che dal podio di questa supposta incrollabile e inespugnabile superiorità strilla e gesticola strozzata verso la muta e imperscrutabile terra? È questo il significato nascosto dietro ciò che sta accadendo? Sta forse rintoccando l’ora finale di una certa umanità avulsa, inconsapevole, chiusa e ilare in un eterno party drappeggiato di denaro e divertissement sfrenato e irrinunciabile dai colori tanto vivaci da impedire di prendere coscienza di ciò che giace sotto gli occhi?

Nonostante ciò, la festa era allegra e splendida. Il duca aveva gusti molto speciali. Aveva occhio nella scelta dei colori e degli effetti. Disprezzava i decora dettati dalla moda. I suoi progetti erano audaci e bizzarri, e le sue concezioni splendevano di sfarzo barbarico. Qualcuno avrebbe potuto giudicarlo pazzo, Ma chi gli stava intorno non lo riteneva tale. Bisognava ascoltarlo e udirlo e toccarlo per essere certi del contrario.

Il parallelo che sto attuando con l’aiuto dell’immortale testo di Edgar Allan Poe per descrivere sensorialmente l’attuale situazione è tanto immediato quanto sensazionalistico, facile, e apocalitticamente romantico, oltre che decisamente fico. Indubbiamente il racconto possiede una forza immaginativa atemporale che colpisce grazie anche alla perfezione del ritmo compositivo, perfettamente scandito quanto i rintocchi del minaccioso pendolo, e che rende questo testo una delle più alte vette della Letteratura mondiale di ogni tempo; oltre a ciò, la sapienza con cui è stato composto ne moltiplica le possibilità interpretative al di là della mera esposizione della vicenda offrendosi all’utilizzo metaforico per le più disparate tesi; potrei spingermi a dire che  ha la stessa densità contenutistica, spirituale, letteraria, artistica, filosofica del melvilliano Moby Dick condensata in un orizzonte degli eventi a paragone minuscolo ma dalla forza attrattiva irresistibile. Per chi come me si dedica (o meglio: ci prova) alla parola scritta, è un testo da ogni punto di vista assolutamente perfetto, capace di insegnare da solo più cose sulla scrittura (e sulla proteiforme umanità) di quanto possano e riescano a farlo tutti i trattati e i corsi a pagamento oggi in circolazione; potrebbe forse essere a tutti gli effetti il miglior racconto breve di tutti i tempi. Ma è lecito in questo momento richiamarne il ricamo oscuro in vista di quanto si sta dispiegando nel mondo? È giusto, sia criticamente che moralmente, insinuare una connessione fra gli eventi attuali e un racconto che termina nel seguente modo?

A uno a uno caddero i convitati nelle sale della festa irrorate di sangue, e ciascuno morì nella posa disperata in cui si era accasciato al suolo. La vita dell’orologio d’ebano si estinse con quella dell’ultimo dei festaioli. Le fiamme dei tripodi si spensero. E l’Oscurità, la Decomposizione, la Morte Rossa regnarono indisturbate su tutto.

Nell’immagine: dipinto di Hugo Simberg, Kuoleman Puutarha (Il Giardino della Morte), 1896 (Kansallisgalleria)

Il paragone con La mascherata della Morte Rossa (gli estratti qui proposti provengono dalla – almeno per me – splendida traduzione di Barbara Lanati in POE, EDGAR ALLAN, Racconti, L’Espresso-Div. La Repubblica, Roma 2013 [2004]) diviene naturale e pressoché scontato in mezzo ai continui richiami a eventi circonfusi delle tinte fosche di una quasi biblica fine dei tempi, così scontato da alimentare il meccanismo di trasmissione di ciò che viaggia più rapidamente del virus Sars-CoV-2, ossia la paura, sia per l’evoluzione epidemica della malattia COVID-19, che, soprattutto, per cosa accadrà in un dopo che è a tutti gli effetti ignoto e inconoscibile ma decisamente tetro all’ombra minacciosa delle pile di cifre sugli schermi che rappresentano– e non c’è altro modo per dirlo – pile di cadaveri. 

Ogni nuovo brandello di informazione sulla progressione dell’infezione viene megafonato in toni quantomeno über-allarmati, e, se da un lato ciò può essere comprensibile nella prospettiva di un evento globale i cui precedenti sono troppo distanti perché se ne possa fare una paragone ‘sentito’ in quella che si può chiamare coscienza collettiva, dall’altro dovrebbe, proprio perché è un evento senza precedenti nella vita biologica di tutti coloro i quali vi sono immersi, ispirare un approccio più cauto e ponderato nella comunicazione e conseguente ruminazione opinionistica delle informazioni riguardanti quanto in corso di svolgimento.

Vi è una sproporzione fra l’intensità dello strillo mediatico attorno a ogni singolo aggiornamento sulla macabra conta progressiva dei decessi e i dati finora elaborati rispetto alla demografia degli stessi: secondo il rapporto datato 20 aprile 2020 rilasciato dall’Istituto Superiore di Sanità (consultabile integralmente qui) il 3,7 % fra 1890 pazienti deceduti risultati positivi al COVID-19 di cui è stato possibile analizzare le cartelle cliniche non aveva patologie pregresse ivi riportate, mentre il 60,7% risultava affetto da tre o più patologie pregresse, il 21,2% da due e il 14,4% da una sola, per un’età media delle vittime di 79 anni (nota: un dato prossimo all’aspettativa di vita calcolata in 83 anni nel 2019 secondo l’ISTAT), e una media di 3,3 patologie/vittima.

Questi dati cozzano un po’ con l’allarmismo tout court pompato massicciamente sui nostri schermi, giornali, siti web, social network, ecc., poiché indicano qualcosa che a naso pare ovvio, per quanto tragicamente, e non esattamente straordinario e senza precedenti; è evidente come non ci si trovi di fronte ad un revival della Peste Nera o del vaiolo, o a patogeni dalla mortalità paragonabile a quanto rappresentato cinematograficamente in Contagion e narrativamente ne L’ombra dello scorpione di Stephen King, poiché la progressione dell’inventario delle vittime sarebbe stata più ripida e dalle conseguenze sicuramente più devastanti sia sulla società che sulla tenuta della stessa; il fatto che continuiamo ad avere forniture di acqua, energia elettrica, gas, oltre alla disponibilità di prodotti alimentari e merci è significativo in questo senso: in una pandemia dalla gravità, virulenza e fatalità pari all’intensità sia della copertura mediatica data al COVID-19 che del tono della stessa, all’aumentare delle vittime corrisponderebbe una progressiva e complementare scarsità/indisponibilità di tali beni, semplicemente perché verrebbero a mancare uno dopo l’altro coloro i quali (ce) ne garantiscono continuità e disponibilità.

Con tutto ciò non sto affermando che questa malattia da coronavirus non esista, sia innocua, sia una bufala, e così via, poiché i ricoveri e i dati dei decessi, soprattutto nella vicina Lombardia, sono innegabili. Avendo però la maggior parte di tutti noi improvvisamente molto tempo a disposizione credo sia saggio cercare di filtrare criticamente il più possibile ciò che viene compulsivamente postato/pubblicato/proposto/comunicato tramite ogni possibile veicolo mediatico e di cui tutti ci stiamo compulsivamente nutrendo per cercare di trovare un qualsiasi bandolo a cui aggrapparci razionalmente nella matassa irrazionale e imprevista che ci è piovuta addosso e che per forza di cose non possiamo ignorare.

Il sensazionalismo attira, colpisce e vende – è uno dei principi basilari del marketing nelle sue declinazioni più aggressive e sfrontate – proprio come il sesso per la reclamizzazione di prodotti che con quest’ultimo abbiano poco o nulla a che vedere (l’ostentazione del sesso, tra l’altro, è una forma di sensazionalismo), e la vendibilità senza confini potenzialmente assoluta e totale è il cardine su cui è strutturalmente poggiato l’intero mondo organizzato in cui si trovano a vivere gli esseri umani (pensate alle ripercussioni reali che vi sono in risposta alle fluttuazioni negli scambi finanziari delle varie Borse); sarò tacciato d’ingenuità e dabbenaggine, ma è proprio così necessario in questo momento aderire a tale comandamento nella trasmissione delle informazioni ad una popolazione che si trova costretta a restare confinata in casa, spesso con poca altra compagnia che non sia la propria ansia per quanto sta accadendo?

Alimentare la paura con continui titoli dalla sfumatura apocalittica è davvero raccomandabile e salutare alla luce di ciò che può sfociare da individui preda del panico?

Levando in alto una spada sguainata, si era avvicinato, rapido, impetuoso, a pochi passi dalla figura che indietreggiava, quando questa, giunta in fondo alla stanza di velluto, si volse all’improvviso e affrontò il proprio inseguitore. Si udì un grido lacerante, e la spada cadde in uno sfavillio sul tappeto nero, sopra il quale, un attimo dopo, si abbatteva esanime anche il principe Prospero.

Poiché è troppo scontato e facile – e sensazionalistico – lamentarsi polemicamente di tutto ciò che è un’alterità rispetto al proprio sacro e inviolabile IO, direi che potrebbe essere criticamente saggio effettuare un capovolgimento del punto di vista: è raccomandabile e salutare per noi alimentarci di tutto quanto venga sensazionalmente proposto come se ci ritrovassimo in una finale abbuffata pantagruelica che presupponga un domani senza appello peggiore o inesistente?

Allora, chiamando a raccolta il folle coraggio della disperazione, la folla degli invitati si precipitò nella stanza nera: afferrarono l’alta figura in maschera, che stava ritta e immobile entro l’ombra della pendola d’ebano, e rimasero senza fiato per l’indicibile orrore quando si accorsero che le vesti funebri e la maschera da cadavere che avevano strappato con tanta rude violenza non contenevano alcuna forma tangibile.

Il desiderio di controllo è connaturato al nostro essere delle creature senzienti e autocoscienti; la sfera razionale che ricopre come glassa l’impenetrabile nucleo del nostro profondo cervello rettileo istintuale ha bisogno di crearsi una prospettiva di manipolazione del futuro, connessa ad alta velocità all’indisinstallabile primordiale istinto di conservazione, tramite dati/informazioni interpretabili per mezzo dei quali pianificare i propri passi in modo da potersi sentire – per così dire – al sicuro nel calore delle proprie stesse mani; più i dati/informazioni si discostano da uno schema predeterminato e prevedibile mandando a ramengo il senso (illusorio) di controllo e spalancando la voragine tenebrosa dell’ignoto, maggiore sarà la quantità delle stesse necessaria a scorgervi il pur tenue lume di un nuovo schema discernibile e più o meno comprensibile, pertanto percepibile come conoscibile, decodificabile, indi controllabile. Questo schema psicologico è estremizzato nei casi di disturbo anancastico di personalità (o disturbo ossessivo-compulsivo di p.) al punto da sottomettere l’intenzione, la volontà e la razionalità stessa alla dittatura cieca e incontrollata del controllo (schemi e pattern ripetuti e ritualizzati sono la forma estrema patologizzata del conoscibile e decodificabile, indi controllabile, eretti per autoconservazione/sopravvivenza contro l’ignoto).

Ma, visto che quella glassa di circonvoluta materia grigia ospita una Ragione accessoriata di altre possibilità/facoltà, oltre a quella appena descritta, utilizzabili e orientabili grazie al libero arbitrio che ci permette di trascendere da qualsiasi schema meccanicistico predeterminato e calcolabile, credo che sarebbe più vantaggioso e sicuramente benefico distoglierci dal cacofonico e inarticolato e incessante blaterio totale dell’aggiornamento in tempo reale sulla situazione per riappropriarci delle nostre vite in un’altra maniera ritrovando un controllo il più possibile privo di effetti collaterali ansiogeni limitando allo stesso tempo l’accumulo tossico della paura nell’organismo.

Nell’intimità laterale rispetto al gran mondo vociante delle nostre case, complice l’improvvisa immutabilità quasi bucolica del divenire quotidiano e l’abbassamento dello strepitare degli esseri umani relegati per decreto in isolamento, il tutto in lande di tempo di cui ci si può finalmente riappropriare – fino a che questo morbo non sia trascorso – per passeggiarvi quasi senza scadenza od obbligo, possiamo dedicarci a tutte quelle attività/interessi/hobby/passioni per lo più “inutili” da un punto di vista strettamente materialistico che, nell’ordinaria e scandita irrefrenabile esistenza capitalistica di produzione-consumo, si tende a tralasciare (e perdere a volte per sempre) per un mucchio di ben motivati fattori, dalla mancanza di tempo/possibilità alla stanchezza incolmabile di un’esistenza che pare proiettata a una velocità di fotogrammi doppia.

Per chi si ritrovi improvvisamente privato della propria sussistenza economica so quanto ciò possa risultare impossibile, perché il baratro della preoccupazione per un’irrimediabile inadempienza in cui ghigna lo scarlatto volto della miseria è come una colossale insegna al neon che occupi tutto lo spazio, l’attenzione e l’energia dell’essere in ogni istante del sonno e della veglia; so bene, per esperienza personale, cosa significhi e come ci si senta; e ho imparato, con fatica e in anni, come chiudersi in un solipsistico ‘giardino della morte’ a innaffiare e controllare costantemente la crescita e lo stato della preoccupazione e della paura sia un logorio inutile e per tanti aspetti fatale per quella parte di sé che è viva ed esiste al di là tutti i conti da pagare. Non è facile, ed è un percorso che sto ancora affrontando.

Per quanto l’irresistibile attrazione della perfetta potenza di Poe possa ricondurvi i pensieri in un loop disperante fra le mute mura di casa, vorrei affidarmi e allo stesso tempo affidare voi, in e per questa quarantena, ad alcune parole di Theodor W. Adorno tratte dal volume di aforismi intitolato Minima moralia, in particolare al seguente, con il quale colgo l’occasione di congedarmi riportandovelo integralmente:

78. Al di là dei monti. Biancaneve esprime la malinconia in modo più perfetto di ogni altra fiaba. L’immagine più pura di questo sentimento è quella della regina che guarda la neve che cade attraverso i vetri della finestra e si augura di avere una bambina che somigli alla bellezza senza vita e pur vivente dei fiocchi, alla tinta nera e luttuosa del telaio della finestra e alla goccia di sangue che scaturisce dalla puntura; e che muore proprio nel momento in cui essa nasce. Questa impressione iniziale non può essere cancellata nemmeno dal lieto fine della favola. Come l’esaudimento della preghiera non era altro che la morte, così anche il salvataggio finale rimane una semplice apparenza. Poiché la percezione più profonda del lettore o dell’ascoltatore non riesce a credere che sia stata svegliata effettivamente la fanciulla che giaceva come se dormisse nella sua bara di vetro. E il boccone di mela avvelenato che le esce dalla gola per effetto delle scosse subite durante il viaggio non è forse, piuttosto che lo strumento adoperato per ucciderla, l’ultimo resto della vita sciupata e messa al bando, da cui essa guarisce veramente soltanto ora, che non è più esposta alle tentazioni di nessuna falsa messaggera? E come suona fragile e caduca la felicità espressa nelle parole: “allora Biancaneve gli volle bene e andò insieme a lui”. Come è smentita, subito dopo, dalla perfidia del trionfo che è celebrato sulla malvagità. Così una voce ci dice, quando speriamo nella salvezza, che la nostra speranza è vana, eppure è soltanto lei, la speranza impotente, a permetterci anche solo di tirare il fiato. Ogni contemplazione e speculazione filosofica non può fare altro che ricalcare pazientemente, in figure e abbozzi sempre nuovi, l’ambiguità della malinconia. La verità è inseparabile dall’illusione che un giorno, dalle figure e dai simboli dell’apparenza, possa emergere, nonostante tutto, libera da ogni traccia di apparenza, l’immagine reale della salvezza.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.