Avendo presentato le generalità del blog e le finalità verso cui è teso, credo sia il caso di riferire discorsivamente qualcosa sul sottoscritto, per una questione di trasparenza, poiché è generalmente preferibile – secondo me almeno – avere un’idea di chi sia colui o colei con cui si abbia a che fare, in questo caso di cui si leggano articoli dalla portata non meramente descrittiva o informativa; come si dice più comunemente credo che ci si debba “mettere la faccia”, perciò:
buongiorno a tutti e di nuovo benvenuti, sono Alessandro Marzulli.

Nella sezione Chi siamo ho riportato le sintetiche informazioni biografico-curricolari che mi riguardano nel più classico degli stili epigrafici in terza persona; ma poiché ognuno di voi lettori dovrà aver a che fare singolarmente con quanto da me proposto fra queste pagine digitali in questo angusto recesso della blogsfera, mi pare più corretto descrivervi qualcosa di me in una maniera un po’ più familiare e discorsiva, e per fare ciò riprenderò in parte una descrizione che ho utilizzato per presentarmi ai lettori all’interno del primo post del primo blog in cui abbia mai scritto come ospite (visionabile qui).
Chi vi scrive – la voce disincarnata di cui ciascuno di voi lettori decodificherà i segni in questo spazio creandosi un’immagine mentale a partire proprio dalla decodifica dei segni stessi – non è, nel sociale e vociante mondo, nessuno.
Io – vi è sempre un “io” dietro ogni segno scritto/tracciato – non sono un’autorità in nessuno dei campi attinenti al variegato e complesso e ramificato sapere umano: non sono in possesso di nessun “oggetto sociale” ossia di nessun “Atto Iscritto” (dalla teoria della Documentalità di Maurizio Ferraris) socialmente riconosciuto (diploma/laurea/certificato/ecc.) che attesti e convalidi al consesso sociale il mio essere abilitato a parlare/scrivere in maniera autorevole (= all’ombra dell’autorità emanata dall’Atto Iscritto normativamente valido secondo le regole del consesso sociale di riferimento) di checchessia; l’unico attestato che in questo senso posso presentare è un diploma di maturità scientifica rilasciatomi nel lontano e brumoso 2003.
Poiché ogni lettore ha ‘fame’ di costruirsi un’immagine mentale della voce che accompagna i segni che man mano decodifica nella propria interiorità tramite etichette e parole che cataloghino e definiscano e delimitino rendendo ciò che è erratico afferrabile e maneggiabile entro canoni di controllo interiori che donano ordine alle spire altrimenti caotiche del Mondo, aggiungerò che ho frequentato anche la facoltà di Filosofia all’Università di Torino senza portare a compimento il percorso di studi intrapreso, con tutte le connesse conseguenze e ramificazioni facilmente immaginabili.
Lavorativamente ho fatto il manovale edile, l’operaio assemblatore e magazziniere, l’impiegato di (davvero) basso livello e traduttore bidirezionale italiano-inglese ufficioso e circoscritto (è una lunga storia); ho fatto anche occasionalmente il cameriere, il pulitore di stalle e aiuto-accuditore di cavalli, l’addetto all’inventario, il generico uomo-di-fatica.
Altre informazioni miscellanee e del tutto arbitrarie, probabilmente meno che fondamentali ma in grado di conferire sfumature di sapore che ognuno sarà libero di interpretare secondo il proprio personale gusto/desiderio/volere, elencate in maniera casuale:
- sono antropologicamente di tipo caucasico/caucasoide dall’origine etnica mista apulo-careliana, nato a Helsinki e cresciuto nel nord-ovest italiano in cui attualmente risiedo;
- il mio indice di massa corporeo oscilla fra 29 e 31 circa;
- ho realizzato e autopubblicato un libro di racconti, ma non sono assolutamente uno scrittore e/o un’intellettuale né mi azzarderei mai a considerarmi come tale;
- nonostante la stazza generale e un’ispida testa sproporzionata, le mie fattezze morfologiche paiono abbastanza normali, anche se ben lontane dall’armonia vitruviana;
- provo una sorta di sacralità reverenziale verso gli oggetti-libro, tanto che evito di sottolinearli, dotarli delle classiche “orecchie”, applicarvi post-it, o alterarne in qualsiasi modo l’integrità omeostatica riconducibile al momento dell’acquisto/acquisizione;
- subisco da tempo gli effetti di una canizie precoce, ma ancora tutto sommato limitata, grazie a un dono genetico non richiesto;
- sono sposato, nella commistione di felicità e difficoltà che caratterizza l’esistenza condivisa ai piani bassi della piramide sociale;
- come molti altri, trovo un rassicurante conforto nel seguire una serie di abitudini, le quali, senza avvisaglia alcuna, possono divenirmi insopportabili, per poi di nuovo, misteriosamente, tornare ad essermi confortevoli come un paio di vecchie pantofole;
- sono trilingue dalla nascita, ma ho dovuto constatare che in termini puramente utilitaristici tale fatto non ha alcuna rilevanza né significato apprezzabili (cit. approssimata di un sepolcrale funzionario delle Risorse Umane della ditta italo-statunitense in cui lavoravo: “l’Azienda non ritiene di doversi dotare di un servizio di traduzione interno cui assegnare le sue indubbie skills linguistiche, pertanto è invitato a limitarsi ad espletare esclusivamente gli assignments attinenti alle accountabilities previste e definite dal ruolo accordatole all’interno della Qualità delle Forniture”);
- non riesco a mangiare i cachi, per i quali provo un inspiegabile quanto irrazionale orrore;
- ho scoperto, anche se tardi, di possedere un’affinità naturale con gli animali;
- possiedo capacità mnemoniche sia quantitativamente che qualitativamente fuori dalla media;
- il test Myers-Briggs mi classifica ripetutamente come INFJ;
- come molti potranno attestare e confermare, non mi può essere attribuita in alcun modo la più minima parvenza di fashion-consciousness;
- condivido con la mia coniuge e due peculiari esemplari femmine di Felis silvestris catus la metratura piana dell’abitazione in affitto che chiamiamo, e affettivamente è, ‘casa’;
- sono tendenzialmente un solitario/introverso a cui la solitudine generalmente non dispiace/spaventa (sospetto per derivazione ereditaria materna di seconda generazione), e allo stesso tempo sento la necessità di interazioni “di persona” con conoscenti e/o amici e/o (occasionalmente) sconosciuti per lo più nel confortevole e caloroso ambiente umano del bar del piccolo paese in cui abito (sospetto per derivazione ereditaria paterna di seconda generazione);
- le mie iridi variano erraticamente dal marrone al verde senza una correlazione causale discernibile;
- ho sviluppato una dipendenza per l’ascolto di tanta musica, per il pane fatto in casa da mia moglie, e per i richiami, i rimproveri e le raccomandazioni strillatemi sia da lei che dalle nostre gatte (giuro che non sto scherzando);
- mi sento intimamente legato a tutto ciò che è verde e cresce, in silenzio, sotto i cieli;
- la musica che ascolto viene variabilmente giudicata dalla stragrande maggioranza chi mi stia intorno come “strana”, “vecchia”, “inascoltabile”, ma per lo più viene semplicemente definita con tanto d’occhi come “???”;
- a volte provo un’incomprensibile eppure irresistibilmente potente nostalgia per un tempo che non ho mai vissuto, o un luogo che non ho mai visitato;
- porto la barba poiché, come si può facilmente notare, sono privo di una linea mandibolare apprezzabile o comunque virile nell’organizzazione dei miei tratti maxillofacciali, dominata dal contrasto disequilibrato fra un preponderante gnomone provvisto di narici contrapposto ad un mento tragicamente sfuggente;
- tutti gli errori che ho commesso sono sempre presso di me, e immancabilmente si fanno udire nelle ore piccole della mia coscienza, le quali non corrispondono per forza alla temuta oscurità notturna solitaria post-mezzanotte che chiunque abbia, prima o dopo, sperimentato almeno una volta.
Lungo il percorso socialmente visibile e giudicabile da docile elemento statistico senza volto né nome che chiamo vita/esistenza tuttora in corso ho avuto diverse fortune:
sono venuto al mondo in una famiglia dalle radici miste e culturalmente distanti, immersa a sua volta in un intreccio di relazioni umane radicate in luoghi e culture distanti fra loro – amicizie, conoscenze, incontri e parentele che hanno costellato e/o costellano tutt’ora la topografia della mia vita appartengono, oltre che all’Italia e alla Finlandia, agli Stati Uniti, al Canada, al Libano, all’ex-Yugoslavia, alla Francia, all’Albania, al Regno Unito, all’Irlanda, alla Romania, alla Spagna, al Marocco, alla Cina continentale, alla Russia; nella non semplice tessitura di trama e ordito della mia doppia origine ognuno di questi indissolubili luoghi-persone-culture ha lasciato i propri fili, i quali sono stati incorporati nel tessuto costantemente in crescita che costituisce ciò che di me vi è al di là di ogni rappresentazione e/o generalizzazione, e che, nei pregi e negl’immancabili difetti, mi caratterizza come individuo inequivocabilmente parte dell’umanità;
grazie alle inclinazioni culturali della mia famiglia e della biblioteca dei miei genitori, ho avuto la possibilità oltre che il desiderio di leggere molto di tutto (la quantità di roba che ho letto è inversamente proporzionale al numero di relazioni sentimentali e di esperienze idiotiche peri-morte adolescenziali che ho avuto); sono stato molto affamato di parole scritte sin da quando tormentavo i miei genitori con rintoccanti e interminabili “perché?” alle risposte dei quali, ad un certo punto, mi rimandavano direttamente ai libri (possiedo ancora un’enciclopedia della collana “Saperbene” della DeAgostini che ero solito consultare quando il mio naso, all’epoca ancora di aspetto minuto-gradevole, non fosse affondato in una copia di “Topolino”), mentre la costante melodia della musica – soprattutto classica, con incursioni contemporanee – riempiva tenuemente gli interstizi fra un momento e il successivo del quieto e discreto sbatacchiare di abitudini e faccende domestiche; l’amore per la lettura e la parola scritta è germogliato fino a divenire un prorompente fusto arboreo in me e mio fratello in questo contesto, ed è stato uno dei doni più importanti che ci abbiano fatto.
Ho scritto secondo quantità e intensità alterne e costante frammentarietà più o meno da allora; come molti che a un certo punto si dedichino in maniera organizzata e direzionata alla scrittura, ho letto e scritto e continuo incessantemente a farlo, ma sempre in qualità di dilettante, ossia per diletto, svago, (cocciuto) interesse personale non obbligatorio né istituzionalizzato al quale non posso rinunciare; un eterno e mero hobby reso eloquente da certe alzate d’occhi di mia moglie quando tocchi a me espletare la corvé di comuni operazioni collaterali al mantenimento di un focolare domestico e mi trovi invece chino e acchiocciolato su qualche pagina, che sia stata scritta da me o da chi effettivamente sia, o sia stato, grazie a meriti e capacità riconosciute e attestate incontrovertibilmente dinnanzi al Mondo, uno scrittore, un intellettuale, un artista – un reale “qualcuno” per, e al servizio della crescita de, l’umanità.
Ma è da adulto che ho avuto la fortuna più grande fra tutte, una fortuna che non capita a tutti e neppure a molti, ossia di incontrare la mia platonica metà – colei che infine è divenuta mia moglie –, opposta a me in quasi ogni singolo aspetto e capace di insegnarmi, un giorno dopo l’altro, più di qualsiasi biblioteca, che cosa significhi davvero essere e stare al mondo.
Alla luce di queste considerazioni e di questi fattoidi sul “me” dietro questa voce disincarnata che si sta rivolgendo a voi sento a questo punto il dovere, mentre mi avvio a concludere, di premettere, sottolineare e ribadire che tutto ciò che affermerò nelle pagine di questo blog sarà nient’altro che la mia personale opinione, una dòxa ben lontana da qualsiasi pretesa di essere epistème (conoscenza certa e incontrovertibile), condivisibile o meno, e priva di qualsiasi pretesa di Verità.
I miei post/articoli non saranno lezioni né insegnamenti impartiti dall’alto, bensì saranno soltanto pensieri, cortocircuiti e conflagrazioni di nozioni, suggerimenti, a volte provocazioni, dubbi e interrogativi fluttuanti all’interno del sovradimensionato casino che chiamo affettuosamente testa; saranno, nelle intenzioni limitate dalle mie intrinseche fallacie, brandelli sommariamente organizzati della mia interiorità individuale posti sul cammino di voi lettori nel tentativo di stabilire, se ne sarò in grado, un fugace contatto, una – mi auguro – breve autentica comunicazione fra esseri umani da esseri umani spogliati di ogni orpello accessoriale definitorio che ne dissimuli e nasconda ciò che si potrebbe definire essenza individuale.
Come una chiacchierata al bar al termine di una giornata di lavoro, distolta la mente dall’orologio, allentata la cravatta, tirato il fiato, rimossa – per un momento – la maschera.