Taccuini di vita postuma: meditazioni della vita che (ancora) non vive

Premessa

Vorrei inaugurare con questo post una categoria del blog che raggruppi una serie di riflessioni ispirate direttamente dalla lettura (e rilettura) giovanile di un testo divenuto fondamentale nella mia personale formazione e formulazione di un pensiero critico rispetto all’esperienza della realtà di questo mondo, ovverosia Minima moralia – Meditazioni della vita offesa di Theodor W. Adorno, pensatore ed esponente della Scuola di Francoforte, umanamente acuto, sensibile e instancabile osservatore nonché indagatore dell’umanità (per una sintetica quanto precisa summa introduttiva del suo pensiero attraverso cenni biografici, vi rimando qui).

Idealmente, questa serie di meditazioni si pone come un omaggio alle inarrivabili vette teoretiche del libro, poiché è evidente che ancora oggi, come recita l’introduzione allo stesso, “quella che un tempo i filosofi chiamavano vita, si è ridotta alla sfera del privato, e poi del puro e semplice consumo, che non è più se non un’appendice del processo materiale della produzione, senza autonomia e senza sostanza propria”, ovviamente con le inevitabili modifiche esteriori ma non sostanziali apportatevi dallo sviluppo tecnologico e dalla iper-connettività digitale avvenuti nelle sette decadi che ci separano da tale affermazione.  

Similmente, adotterò la formula aforistica (ossia di ragionamento conchiuso in una o molteplici frasi contigue) poiché queste riflessioni, oltre a non poter essere in alcun modo paragonate con il valore filosofico delle meditazioni adorniane a causa delle capacità del sottoscritto ben distanti da questi, non si pongono l’obiettivo di costruire un sistema di pensiero strutturato contiguo e conseguente, orgoglioso e pronto al consumo (e alla demolizione confutativa), bensì vorrebbero offrire, nella “forma sciolta e non impegnativa”, spunti e abbozzi concettuali che il lettore, se vorrà, potrà o meno approfondire con la propria testa.

Il titolo che ho dato a questa serie di riflessioni è ispirato alla frase epigrammatica di Ferdinand Kürnberger posta in esergo all’opera: “la vita non vive se le manca il pensiero della stessa” (la parte in corsivo viene significativamente sottintesa da Adorno, perciò non compare nella pubblicazione, ma il suo senso – fidatevi – è perciò ancor più presente). Questa, oggi, mi pare persino più veritiera e valida di quanto lo fosse nel 1951 (data della prima pubblicazione dell’opera), poiché, pur con tutto il gran rumore del Mondo dovuto alla digitalizzazione capillare, vi è appena al di sotto il vuoto silenzio di un altrettanto sempre più capillare mancanza che rende la vita stessa come morta; da qui partono le riflessioni, che molto spesso ho annotato su reali taccuini a casa, al lavoro o per strada, su questa vita contemporanea che è in questo senso “postuma”. Il sottotitolo riprende l’esergo, inserendovi, nella parentesi, oltre alla constatazione che dopo quasi settant’anni non è cambiato nulla, una piccola speranza che ciò possa avvenire – “ancora” apre alla possibilità di un mutamento di tale stato.

Un’ultima cosa: l’omaggio che vorrei recare all’opera di Adorno non implica la mia etichettabilità/appartenenza a definizioni raggruppanti filosofiche, ideologiche, politiche colme di corollari nascosti da accettare in blocco. Semplicemente cerco di pensare, prendendo spunto da qualsiasi cosa in cui mi imbatta, e costruire ragionamenti, formalmente e contenutisticamente corretti o meno (l’avere ragliantemente ragione non mi interessa: mi interessa il processo del ragionamento).

Eccovi perciò il primo di molti aforismi della nuova categoria all’interno del blog intitolata Taccuini di vita postuma: meditazioni della vita che (ancora) non vive;
buona lettura e buone (eventuali) riflessioni!

1. Ticking away.

Il tempo ci separa dai momenti che preassaporiamo, considerati quali tappe cui desideriamo disperatamente giungere, luoghi nello spazio lineare del percorso che separa dalla inevitabile morte presso cui poter riprendere fiato e fermare per un istante – in quanto in un luogo, cioè una dimensionata staticità – il vorticare di tutto-ciò-che-è nella convinzione che vi sia nelle nostre mani una facoltà di controllo sullo scorrere del tempo e perciò sulla progressione della nostra stessa vita. Ci illudiamo, noi homini demetiores, nella fede dell’incasellamento dell’esistere in misure e quantità e grandezze definite, che il tempo, poiché siamo riusciti a misurarlo in maniera sempre più precisa rendendolo perciò manipolabile e irreggimentabile tramite programmazioni accurate e analitiche, sia in nostro possesso. Rubrica, calendario, agenda sono le schede di controllo per il divenire e l’essere tramutati nella datità cartesiana di colore ed estensione. Attendiamo la tappa nel tempo – il venerdì sera, le cinque del pomeriggio, il weekend, le ferie – presso la quale, da qualche parte in noi, crediamo e siamo certi che potremo affastellare un nido in cui accoccolarci e così fermare l’immenso scorrere dell’Universo e di tutto-ciò-che-è. Ma non possediamo il tempo: siamo forme in e di esso. Come una concrezione su una superficie, un’irregolarità nella propagazione di un’onda, un bruscolo attorno al quale potrà o meno raccogliersi una perla.  Definire e delimitare. Etichettare – chiamare per nome. Il possesso – la possibilità di possesso – di una realtà che sfugge, immensa e amorfa – la musica delle sfere – per poterci sentire realmente appartenenti, per poter sentire che ciò che è al di fuori dei nostri intenti corporeizzati sia in qualche modo prono all’indirizzo della nostra volontà di manipolazione. Sapiens è un termine incompleto, mancante del e fuorviante rispetto al propulsivo volens. La volontà di potenza e dominio e possesso di tutto quanto esiste, compreso il tempo, risiede potenziale in noi a livello molecolare. Il tempo come luogo dotato di estensione è una sciocca illusione per la quale si muore senza aver vissuto. Si muore misurando questo scorrere, attendendo che passi, che la tappa arrivi e si fermi. Ma una volta giunta, tutta l’aspettativa accumulata, sognata, gonfiata di poterci appropriare di quella porzione nello scorrere di tutto-ciò-che-è, di poterci appropriare di quella porzione misurata e calcolata di tempo, di quello spazio di tempo per poterci arrestare a prendere fiato in esso e sentirci liberi e in possesso di esso come equivalente estensione del volere della nostra libertà di esercitare il volere, quindi di noi stessi, si scolora immediatamente nell’insoddisfazione e nell’insicurezza e nell’ansia per il suo esaurirsi, un movimento misurabile metrologico inarrestabile dopo l’altro, senza che possiamo opporre nulla ad arginare questo irritante e disperante gocciolare fino a svuotarsi di qualcosa che è inalienabilmente nostro, percepito come posseduto in quanto guadagnato, ottenuto grazie allo spossessarci in tutto il resto della nostra vita proattiva e utile di questo scorrere in cui dobbiamo obbligatoriamente permanere in stasi e al di fuori del campo della nostra volontà, vigili e al servizio/in funzione di un’alterità. Il tempo è l’essere; l’essere è il divenire; il divenire è l’immagine ognora mutevole di tutto-ciò-che-è; tutto-ciò-che-è è un’estensione/forma concret(izz)ata del tempo. Noi stessi siamo una forma materiale del tempo. Il divenire, ovverosia il mutamento nella forma fenomenica di ciascun aspetto dell’intero essere. La nostra coscienza consapevole di se stessa è il tempo del nostro io. Se il nostro io è parte del nostro essere, e il nostro essere è un aspetto del tempo – che è l’essere – allora la nostra coscienza è tempo di tempo. Il dispiegarsi della nostra coscienza – la sostanza/forma/caratteristica/peculiarità del nostro essere presenti a noi stessi in maniera umana – è perciò meta-tempo. L’animale è immediatezza nell’immanenza del divenire. L’essere umano la trascende grazie alla coscienza di ordine superiore consapevole di se stessa intrappolandosi in un secondo ordine di tempo rispetto a quello dell’immanenza immediata (i.e.: non-mediata) del divenire. Si spiega così l’atrocità dell’attesa: la coscienza si distende e si allunga al di sopra di un tempo che deve scorrere nell’immanenza, bloccandosi in una percezione totale astraente e immobile di ogni quantum del divenire.

Il titolo dell’aforisma 1. “Ticking away” è una citazione riferita al verso d’apertura della canzone dei Pink Floyd intitolata “Time” facente parte dell’album “The Dark Side of the Moon”, ossia: “Ticking away the moments that make up a dull day” (letteralmente: “ticchettando via gli istanti che compongono una stolida giornata”).
Nell’immagine: di Salvador Dalí, “La persistència de la memòria” (La persistenza della memoria), 1931 (MoMa, New York)

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